Le parole e le cose

Una veloce panoramica della realtà sociale ed economica dei nostri tempi.

Italo Leone

Viviamo in una società in cui i rapporti familiari tra coniugi, tra padri e figli, tra fratelli sono diventati più difficili per incomprensioni, intolleranza, egoismi di vario genere.
Anche tra amici molto è cambiato e all’amicizia come comunanza di sentimenti e di valori si è sostituita spesso l’aggregazione finalizzata allo scambio reciproco di favori, all’appoggio clientelare mascherato da una patina di ideologia, basata spesso su luoghi comuni mediaticamente diffusi da agenzie a loro volta clientelari.
Sempre più si ha l’impressione che le opinioni sostenute nei dibattiti televisivi o dai giornali più importanti e avvalorate da “pensatori”  influenti siano dettate da evidenti interessi personali o dagli interessi di categorie privilegiate della società.Un abisso separa ormai la gente comune da coloro che detengono una qualche forma di potere politico, finanziario, o d’immagine. E quest’abisso si è allargato sempre più nei decenni del consumismo, anche per aver trascurato, a livello di governo e mediatico, la funzione formatrice della scuola e della cultura intesa come amore per la conoscenza, l’arte, la riflessione filosofica, il rispetto delle regole necessarie all’ordinato vivere civile.
Non che televisioni, giornali, politica si siano disinteressati di tali cose. Il fatto è che i programmi realmente culturali sono relegati su canali specifici della TV e su riviste specialistiche che comprano solo i pochi interessati. Nelle grandi librerie si vendono soprattutto romanzi, fumetti e libri sull’attualità che durano solo il tempo in cui vengono promossi dagli editori. Manca a molti di questi libri quello che io definirei il respiro del tempo lungo, quello che p.e. è presente nei poemi omerici, nella Commedia di Dante, e in tanti altri autori antichi o moderni nelle cui opere ritroviamo i problemi e le domande che si pone l’uomo di ogni tempo.
Le tv generaliste usano la cultura nell’ambito dello spettacolo e subdolamente la collegano al guadagno, sull’esempio famoso di Lascia o raddoppia? condotto da Mike Bongiorno già negli anni cinquanta del XX sec.
Il messaggio è che il sapere vale se ne proviene un guadagno; un libro vale se si vende e se ne parla sui media.
Nel villaggio globale in cui s’è ormai trasformato il mondo, ciò che conta anche per la gente comune è la presenza sui media, è la possibilità di farsi conoscere da quanta più gente possibile, è l’essere sempre collegati alla rete, collegati telefonicamente al gruppo dei conoscenti o dei seguaci sui social.  Non importa quello che si dice né la coerenza logica o la correttezza dell’espressione, tanto le idee sono consumate e digerite con la stessa velocità con cui consumiamo immagini e prodotti.
Nel mondo occidentale l’apparire ha vinto sull’essere, il messaggino ha vinto sul discorso articolato correttamente e ponderato logicamente. La banalità del già detto ha vinto sulla fatica di cercare una spiegazione, di cogliere la complessità del reale. Una realtà che ormai è decisamente fuori di ogni schema maturato dall’esperienza del passato.
E’ trascorso un quarto di secolo dalla fine del comunismo sovietico e noi continuiamo a parlare di destra, di sinistra, di centro, quando queste categorie non hanno più alcun senso all’interno dei partiti e di una società profondamente mutata rispetto ai primi decenni del secondo dopoguerra.
Non esistono più la borghesia e il proletariato, che hanno costituito l’elemento positivo di crescita e di cambiamento rivoluzionario della società del Novecento, accomunati ambedue da uno stesso destino di insignificanza economica e politica, schiacciati da eventi globali che i singoli stati non riescono a governare. Le grandi Istituzioni internazionali, quali l’ONU e la CEE, son diventati grandi apparati burocratici che hanno perso di vista i valori per cui son nati. E’ come se la funzionalità del sistema si esaurisse nella sopravvivenza del sistema stesso, senza che ci sia più un’anima e una fede in un progetto.
Non c’è da meravigliarsi se l’Inghilterra ha scelto con un referendum l’uscita dalla Comunità Europea, se negli Stati Uniti le presidenziali sono state vinte da Trump, se in Italia il Movimento 5 Stelle di Grillo è il primo partito per numero di voti e se il referendum per le riforme, anche con i suoi aspetti positivi, si è concluso con la sconfitta di Renzi e un secco NO. Il fattore comune a questi eventi è l’assenza di valori tradizionali, la trasversalità di un elettorato costituito da una borghesia umiliata nelle possibilità di lavoro e nella remunerazione economica, soprattutto per i giovani laureati costretti a trovare lavoro all’estero o ad un lavoro precario, ma anche da un ceto operaio sempre più ridotto e mortificato per la presenza di macchinari sofisticati e per la delocalizzazione delle multinazionali. I voti dei fautori dell’uscita dell’Inghilterra dalla Comunità e i voti di Trump non sono venuti dalle grandi metropoli e dalle fasce più colte e avanzate della società, ma dai piccoli paesi dell’interno dove la globalizzazione ha colpito più duramente e dove il timore di un’immigrazione incontrollata fa più paura.
Le parole suadenti dei governanti italiani su una prossima uscita dalla crisi economica, su un presunto miglioramento della situazione causato da uno zero-virgola in più sulla disoccupazione o sul regalo di poche centinaia di euro a qualche categoria non compensano il reale aumento del debito pubblico italiano, il modestissimo aumento del PIL, la consapevolezza degli sprechi nelle amministrazioni centrali e periferiche, il clientelismo diffuso e colluso spesso con le organizzazioni malavitose, la evidente ingiustizia sociale, la mancanza di analisi serie e di provvedimenti coraggiosi nelle proposte dei partiti.
Alle promesse gridate si oppone solo la sommessa denuncia di qualche organizzazione internazionale che racconta una realtà che trova poco spazio nei media italiani, nei quali prevale la protesta gridata senza una proposta ragionata e contestualizzata. E’ quello che racconta Oxfam international, un’Organizzazione Internazionale non legata ai governi (Oxfam is an international confederation of 18 ngos working with partners in over 90 countries to end the injustices that cause poverty).
“I dati del Rapporto 2016, dal titolo significativo, “Un’economia per il 99%” (la percentuale di popolazione che si spartisce le briciole), raccontano che sono le multinazionali e i super ricchi ad alimentare le diseguaglianze, attraverso elusione e evasione fiscale, massimizzazione dei profitti e compressione dei salari. Ma non è tutto. Grandi corporation e miliardari usano il potere politico per farsi scrivere leggi su misura, attraverso quello che Oxfam chiama capitalismo clientelare. […]
L’1% ha accumulato nel 2016 quanto si ritrova in tasca il restante 99%. È la dura critica al neoliberismo che arriva da Oxfam, una delle più antiche società di beneficenza con sede a Londra, ma anche una sfida lanciata ai Grandi della Terra […]
E l’Italia non fa eccezione. I primi 7 miliardari italiani possiedono quanto il 30% dei più poveri. «La novità di quest’anno è che la diseguaglianza non accenna a diminuire, anzi continua a crescere, sia in termini di ricchezza che di reddito», spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia. Nella Penisola il 20% più ricco ha in tasca il 69,05% della ricchezza, un altro 20% ne controlla il 17,6%, lasciando al 60% più povero il 13,3%.” (R.it, Economia e Finanza del 16/1/2017 di Barbara Ardù).
Che dopo questi dati qualche politico o opinionista venga a dirci che noi italiani spendiamo poco per timore, e che questo comportamento deprima l’espansione economica del nostro Paese ha il sapore amaro della beffa o della infinita fiducia nella capacità dei mezzi di informazione di farci credere con le parole l’opposto di quello che ogni giorno l’esperienza ci dimostra quando andiamo a fare la spesa.

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