Il padre che non c’è

La società di oggi è diventata una società laica che tende a reclamare i diritti ma ha difficoltà ad accettare l’imposizione di doveri e regole.

Italo Leone

Cosimo Rosselli – Discesa dal Monte Sinai

Mercoledì 26 aprile 2017, all’UNITER, Università della Terza Età e del Tempo Libero di Lamezia Terme, è stato presentato il libro Di Tiziana Iaquinta, professoressa di Pedagogia, e di Anna Salvo, Psicoterapeuta, Generazione TVB: gli adolescenti digitali, l’amore e il sesso.
Le due relatrici, basandosi sulla propria esperienza del mondo giovanile e sulla loro formazione professionale, sono riuscite a cogliere i problemi degli adolescenti di oggi, abituati ormai a coltivare amicizie virtuali attraverso i social, ad essere costantemente connessi in rete al gruppo dei pari, e d’altra parte a essere poco disponibili ad aprirsi ai genitori e a raccontare i problemi di un’età di rapida trasformazione come l’adolescenza. Tale atteggiamento si traduce anche nell’imitazione acritica dei comportamenti dei protagonisti del mondo televisivo o dei video che girano su internet.
Dagli interventi è emersa con evidenza l’incapacità o la difficoltà di famiglie e scuola di creare un dialogo tra generazioni che consenta ai giovani di avvalersi in qualche modo delle esperienze degli adulti, e agli adulti di accostarsi con più consapevolezza al mondo dei giovani.
Le relatrici hanno rimarcato fortemente che il fine del libro non è quello di denunciare le colpe di questa o quell’altra parte sociale, bensì quello di fotografare un problema del mondo giovanile ma anche degli adulti, che è fortemente sottovalutato dalla nostra società.  Soprattutto in considerazione del fatto che gli adolescenti di oggi saranno i responsabili della società di domani.  
Riflettendo sui questi dati, il mio pensiero si è riportato spontaneamente ad un articolo di Eugenio Scalfari dal titolo Il padre che non c’è, apparso su Repubblica il 24 marzo 2013.
Scalfari iniziava affermando che “qualcuno s’incomincia ad accorgere che è venuta meno la figura del padre e che questa lacuna di paternità è una delle cause non marginali della perdita d’identità e della nevrosi diffusa che da molti anni affligge il nostro Paese e non soltanto. Se il padre ha dimissionato non ci saranno più neppure i figli, i fratelli, i cugini; mancano i punti di riferimento. La stessa salutare dialettica tra le generazioni viene meno e si trasforma in una lotta per il potere tra vecchi e giovani. La gerarchia familiare aveva il compito di trasmettere l’identità, la memoria storica e il sapere orale.  Ebbene, questo mondo è affondato ma poiché la natura non sopporta il vuoto, al posto del padre, della madre, dei fratelli, si è insediata la cultura del branco”. Le cause di tale scomparsa erano da rintracciarsi, secondo l’Autore, in due fenomeni tipici della società moderna: “l’emancipazione della donna e la perdita della trascendenza, due elementi fondanti della modernità e della laicizzazione. Da questo punto di vista la scomparsa del padre sarebbe un fatto positivo e non reversibile, almeno nelle sue forme arcaiche basate sul comando e sull’autorità esercitata per diritto divino”.
Condivido la tesi di E. Scalfari e ne apprezzo lo stile alto, l’essenzialità espressiva, la dirittura morale, l’intento costruttivo di un modo di far politica cui non siamo più da tempo abituati.
Ma l’articolo di Scalfari, a me che non sono un giornalista ma un docente, offre anche lo spunto per cercare una risposta ad alcune domande: quando e perché è venuta meno la figura paterna? E questo venir meno ha riguardato la cultura di tutte le società o soltanto di alcune?

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Il Novecento, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, è stato un secolo di grossi cambiamenti nel modo di vivere e di comunicare.
La contestazione giovanile degli anni sessanta e settanta, anni di forte crescita economica, fu l’espressione della ricerca di un nuovo assetto sociale che desse più spazio a due categorie sociali storicamente subordinate: le donne e i giovani. In altre parole, nell’ambito della famiglia, mogli e figli.
L’autorità del marito e del padre venne allora messa in discussione e la famiglia da verticale, con all’apice il padre, diventò una famiglia orizzontale in cui tutti i componenti sono sullo stesso piano. Si concludeva così, almeno nei paesi dell’occidente consumista, una tradizione che durava da millenni. Lo stesso avvenne per tutte le altre autorità nella religione, nell’insegnamento, nelle ideologie politiche tradizionali.
Forse è stata l’affermazione di una maggiore consapevolezza sociale, forse la conseguenza necessaria di una nuova economia basata sul consumismo; ma la psicoanalisi, col complesso di Edipo, e la religione con il ‘Padre nostro‘ ci hanno insegnato che è proprio l’interiorizzazione dell’autorità incarnata dal “padre” che ci libera dal complesso edipico e ci rende idonei ad accettare le regole sociali e le leggi dello Stato. La conseguenza del venir meno dell’autorità paterna comportò contemporaneamente anche la perdita della fede religiosa in un Padre comune, garante di una legge che prima di essere una legge degli uomini è legge divina.
La società di oggi è diventata così una società laica che tende a reclamare i diritti ma ha difficoltà ad accettare l’imposizione di doveri e regole.
E dove non c’è il riconoscimento dei ruoli e degli obblighi conseguenti, dove la trasmissione dei valori non circola più nella famiglia e nella scuola, dove i mezzi di comunicazione propongono spesso l’esaltazione del successo e del guadagno a tutti i costi, non dobbiamo meravigliarci se la cultura anonima del branco, con la prevalenza degli istinti primordiali della specie, sostituisce la cultura sociale fondata su valori condivisi e trasmessi da una generazione all’altra.

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