Il Paradiso perduto

La strage di un gruppo umano che viveva tranquillamente da migliaia d’anni in Amazzonia e che, per sua disgrazia, ha intralciato l’avidità di uomini appartenenti alla cosiddetta civiltà di oggi.

Italo Leone

“I corpi fatti a pezzi e gettati nel fiume. Aperta un’indagine sul massacro di dieci persone appartenenti ai gruppi indigeni ”incontattati” che popolano le zone più remote della foresta amazzonica.”

                 Abitanti dell’Amazzonia

E’ il titolo di un articolo che si trova su You Tube.
L’evento, ignorato dai media, ha avuto lo spazio di un trafiletto nella cronaca internazionale di qualche rivista, segno chiaro dell’ indifferenza della nostra società avanzata.
Noi che siamo turbati dalla scarsa sensibilità del Presidente Trump per   l’inquinamento ambientale, siamo poi propensi a sottovalutare la strage di gruppi etnici che ancora oggi vivono, in una zona della foresta amazzonica incontaminata tra il Perù e il Brasile, come noi vivevamo poche decine di millenni fa,
Né la razionalità tanto celebrata dall’Illuminismo del Settecento, né la carità cristiana che da due millenni informa di sé la cultura europea e americana ha frenato la bramosia dei cercatori d’oro che hanno fatto strage di una decina di uomini, donne e bambini di una tribù ancora inviolata dalla cosiddetta civiltà moderna.
Da più di mezzo secolo ormai l’etnologia guarda a queste civiltà fossili con uno sguardo diverso: abbiamo perso quel senso di superiorità che era presente nei conquistadores e nei missionari cristiani che hanno seguito la conquista dei territori del Nuovo Continente o dell’Oceania.
Abbiamo messo da parte la convinzione che la nostra ‘civiltà’ sia da esportare per il bene degli altri popoli, anche perché gli interessi economici e politici dei Paesi interessati allo sfruttamento delle materie prime sono abbastanza evidenti.
Il benessere dei Paesi più avanzati poggia sullo sfruttamento senza scrupoli dei popoli più poveri e più disarmati del mondo.

                       Claude Lèvi-Strauss

E’ per questo che il libro Tristi Tropici di Claude Lévi-Strauss (1955)  è pervaso da un singolare senso di colpa. E’ il senso di colpa di uno dei più famosi antropologi di tutti i tempi, che ha per decine d’anni studiato la cultura dei popoli dell’Amazzonia, del Nord America, dell’Asia. Uno studioso che ha diffuso lo  strutturalismo, un metodo di ricerca e una filosofia che hanno dominato la seconda metà del Novecento lasciando segni in letteratura, antropologia, storia delle religioni, psicanalisi.
Questo studioso straordinario inizia il suo libro con la frase Odio i viaggi e gli esploratori, ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni”, mettendo in dubbio il suo lavoro di etnologo nella convinzione che ogni nostro approccio, anche per scopo di studio, alle poche culture incontaminate rimaste, è una condanna a morte per quelle popolazioni che sono sopraffatte fisicamente dal contatto con virus e batteri per i quali non hanno sviluppato alcuna difesa, e culturalmente da una concezione di vita che distrugge in pochissimo tempo credenze durate millenni e tecniche che non possono competere con l’industrializzazione avanzata.
Credo che il senso di colpa che lo studioso Lévi-Strauss manifestò con la pubblicazione di quel libro sia presente in modo consapevole o inconscio in fasce sempre più vaste di persone nei Paesi dove il benessere e la cultura  sono  più diffusi. Movimenti organizzati in difesa dei diritti dei popoli che non hanno voce, movimenti per il rispetto dell’ambiente, movimenti per la difesa di alcune specie animali e vegetali trovano sempre più ascolto in televisione e nelle riviste specializzate. Il cinema ne ha diffuso la sensibilità con grandi film come Avatar.
Ma le risposte della politica sono poco concrete, anche perché la politica è governata da grossi interessi economici e finanziari che non tengono tanto al rispetto degli altri e dell’ambiente ma tengono soprattutto ai bilanci delle società.
Studiando la Bibbia e i miti più vicini alla nostra cultura, i miti greci e dell’Egitto, ci imbattiamo nella credenza che c’è stata una fase della storia umana antica in cui l’uomo era felice e che questa condizione fu poi perduta per una qualche colpa. Rousseau e poi Leopardi sostennero che gli uomini antichi erano più felici dei moderni e che la civiltà ci ha allontanato da quella condizione di felicità. Freud ha analizzato le malattie mentali della società moderna e ha sostenuto che l’uomo ha barattato una porzione sempre maggiore di libertà, e quindi di felicità, per il vantaggio della sicurezza. Le nevrosi e la depressione sono per la psicanalisi la conseguenza della camicia di forza che le società avanzate impongono ai loro cittadini. Il senso di colpa, a questo punto, non deriva più da questa o da quell’azione riprovevole, ma dalla consapevolezza, anche inconscia, che ci stiamo allontanando sempre più da un modo di vivere naturale nel rispetto delle altre realtà viventi e non viventi di questa piccola astronave che chiamiamo Terra.
Se dovessimo misurare le civiltà in base al benessere psicologico delle persone, sono convinto che quelle tribù dell’Amazzonia vincerebbero di molto il paragone.

 

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